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Apologia dell’infallibilità papale Ugo Taraborrelli


Apologia dell’infallibilità papale e censura dei costumi: i manoscritti di Tirso González de Santalla (1624-1705) in APUG (Ugo Taraborrelli)



Tirso González de Santalla nacque ad Arganza (León, Spagna) il 18 gennaio 1624. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1643 e portati a termine gli studi umanistici, filosofici e teologici, emise la professione dei quattro voti nel 1660. Ritenuto dai superiori versato per l’insegnamento, fu chiamato ad insegnare dapprima filosofia al Collegio di Santiago, poi teologia a Valladolid ed infine per nove anni, dal 1656 al 1665, sempre teologia nel Collegio di Salamanca. A questo primo periodo di insegnamento fece seguito, a partire dal 1666, un decennio di feconda attività missionaria, mirata all’istruzione e alla catechesi del mondo rurale, alla correzione dei costumi immorali degli abitanti delle città e alla conversione dei musulmani presenti in tante località spagnole, che lo rese celebre a tal punto da meritargli il titolo di “Apostolo della Spagna” da parte del Generale Giampaolo Oliva (1). Nonostante le sue reticenze, tuttavia, nel 1675 padre González fu distolto dal ministero missionario e destinato a ricoprire la prestigiosa cattedra di teologia dell’università di Salamanca (1675-1687). In questa veste, si trovò a combattere tenacemente la dottrina morale lassista del probabilismo, professata dalla maggioranza dei membri della Compagnia di Gesù (2). Alla morte di padre Charles de Noyelle (16 dicembre 1686) fu invitato a Roma a prender parte alla XIII Congregazione Generale, che lo elesse tredicesimo Preposito Generale della Compagnia di Gesù (6 luglio 1687). Dopo 18 anni di generalato (3), padre González morì a Roma, all’età di 81 anni, il 27 ottobre 1705.

I caratteri di un’attività così complessa e di primo piano si rispecchiano efficacemente nella variegata produzione letteraria di padre González (4). L’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana (d’ora in poi, APUG), in particolare, possiede all’interno del Fondo Curia tre manoscritti relativi all’opera del gesuita spagnolo. Il primo di essi (F.C. 2064) è un manoscritto di 68 carte legato in carta e costituito da 17 quaternioni, recante le Addiciones que se han de hazer a la respuesta theologica dada al Señor Arzobispo de Santiago sobre el abusso de los escotados. Quello del disciplinamento degli escotados, cioè delle scollature delle vesti femminili allora in voga presso l’alta società, è uno dei temi sui quali maggiormente aveva insistito la predicazione moralizzatrice dell’Autore al tempo delle missioni popolari: per contrastare tale abuso, giudicato peccato mortale «che fiacca la devozione e spalanca la porta al male» (5), compone nel 1673 una Respuesta teológica acerca del abuso de los escotados – alla quale si fa riferimento nel titolo delle Addiciones tradite nel manoscritto della Gregoriana – conservata in manoscritto presso la Biblioteca Universitaria di Salamanca (6) e data alle stampe nel medesimo anno, esprimendo la necessità di «cerrar la puerta de golpe al peligro, subiendo los jubones hasta la raíz de la garganta, imitando la modestia de la Virgen en el traje» (7).
Ben più complessi sono invece il contesto e il processo di elaborazione dell’opera alla quale sono da ricondursi gli altri due manoscritti di Tirso González de Santalla conservati in APUG (F.C. 1570/1 e F.C. 1570/2). Come noto, l’assemblea del clero francese adunatasi nel 1681 per volontà di Luigi XIV promulgò l’anno seguente i celebri quattro articoli che «sancivano la piena autonomia del re dal potere ecclesiastico, negavano al papa la facoltà di deporre sovrani e gli riconoscevano solo una preminenza in materia di questioni spirituali pur affermando tuttavia che nessuna deliberazione papale poteva considerarsi immutabile» (8). Tale dichiarazione incontrò la netta opposizione di papa Innocenzo XI (1676-1689), a difesa del quale si schierò da subito, tra gli altri, anche padre González, docente di teologia nell’Università di Salamanca, che arriverà a pubblicare nel 1689 il poderoso trattato De infallibilitate Romani Pontificis in definiendis fidei et morum controversiis extra Concilium generale, et non expectato Ecclesię consensu (9). Come narra lo stesso Autore nella Praefatio all’opera, infatti, al diffondersi delle tesi gallicane anche in Spagna egli fece inizialmente dell’infallibilità del papa, per due anni, l’argomento delle proprie lezioni (10); quindi, eletto nel frattempo Preposito Generale dell’Ordine, incalzato da molti e avvertendo come dovere precipuo del capo della Compagnia di Gesù la difesa delle prerogative del vescovo di Roma, decise di mettere mano al materiale precedemente raccolto per l’attività didattica in vista di una più ampia ed organica trattazione da dare alle stampe (11). Questo lo scopo dell’opera: ut authoritatem Romani Pontificis nulli obnoxiam errori vendicet in definiendis controversiis fidei et morum (12) e, in seconda battuta, dimostrare come il papa non sia in nessun caso sottoposto ai Concili, al quale l’Autore si prefigge di giungere facendo costante riferimento alle Sacre Scritture e alla Tradizione della Chiesa (non modicum apparatum ex Patribus, ex Concilijs, ex historia Ecclesiastica, et ex Doctoribus omnis generis) (13).
L’APUG conserva sotto le segnature F.C. 1570/1 e F.C. 1570/2 due differenti tipologie di documentazione. Il primo manoscritto raccoglie, in 8 distinte unità codicologiche, varie sezioni della trattazione, che la collazione con l’opera a stampa ha consentito di identificare come tradite in stadi redazionali precedenti alla versione definitiva: si sono rilevate, infatti, discrepanze sia nel contenuto che nell’articolazione della materia (divisione in libri e paragrafi). Della sola prefazione si contano ben 6 stadi redazionali differenti, che è stato possibile ordinare cronologicamente da quello presumibilmente più antico a quello più aderente al testo edito sulla base delle varie lezioni proposte. Spesso, peraltro, non è semplice stabilire la collocazione all’interno dell’opera di bozze ed appunti recanti singoli paragrafi, copiati su ritagli, fogli o fascicoli sciolti. Il testo, vergato da numerose mani – solo tre di esse, tra cui, forse, quella dello stesso González, ritornano più volte –appare in ogni caso frequentemente corretto ed integrato nell’interlineo o con rimandi al margine, a corroborare l’ipotesi di versioni provvisorie e di lavoro dell’opera.
Il secondo manoscritto (F.C. 1570/2) comprende a sua volta ben 16 distinte unità codicologiche, all’interno delle quali trovano spazio il materiale di lavoro, gli appunti e il carteggio messi insieme e utilizzati da padre González per la compilazione della sua opera: dalla corrispondenza con i confratelli Domenico Egidi, insegnante presso il Collegio Romano (14), e Joseph Besson, che gli spedisce da Aleppo un sunto delle opinioni dei Padri e dei Concili Orientali in materia di infallibilità papale (cfr. u.c. 6), ai compendi e agli estratti di opere compilati con l’intento di riprenderne o di confutarne le argomentazioni (al primo gruppo appartiene, ad esempio l’opera dell’agostiniano Onofrio Panvinio, al secondo quella del francese Louis Maimbourg, gesuita che nel 1685, per aver preso posizione a favore di Luigi XIV proprio in merito alla questione gallicana, aveva ricevuto dal papa e dal Preposito Generale Giampaolo Oliva l’ordine di lasciare la Compagnia di Gesù (15)); dai diplomi delle Università di Praga e di Colonia, attestanti l’orientamento in materia dei professori di teologia dei rispettivi studia, a non meglio specificati elenchi di ‘autorità’ tratte dai Padri della Chiesa e dalle collezioni canoniche.
Tale documentazione è particolarmente preziosa, perché permette di studiare un’opera della mole – l’edizione a stampa del 1689 conta oltre 900 pagine – e dello spessore di quella di Tirso González a 360 gradi, consentendo di indagarne non solo il prodotto finito, ma anche le fonti, il metodo di lavoro e le fasi di redazione che lo hanno preceduto, e di ricostruire la rete internazionale di scambi culturali di un gesuita della fine del XVII secolo.


NOTE
(1) Cfr. E. Colombo, Convertire i musulmani. L’esperienza di un gesuita spagnolo del Seicento, Milano 2007, p. IX. Oltre che nelle missioni ad infideles, infatti, i membri della Compagnia di Gesù erano da sempre fortemente impegnati nelle missioni ad intra, condotte tanto nelle campagne quanto nelle grandi città allo scopo di rievangelizzare le popolazioni europee (“las Indias de por acá”) tramite la predicazione, la celebrazione dei sacramenti e la diffusione delle devozioni (cfr. P. Broggio, Evangelizzare il mondo. Le missioni della Compagnia di Gesù tra Europa e America (secoli XVI-XVII), Roma 2004).
(2) Cfr. Diccionario histórico de la Compañia de Jesús, dir. C.E. O’Neill, S.I. – J.M. Domínguez, S.I., II, Costa Rossetti-Industrias, Roma-Madrid 2001, pp. 1645-1646.
(3) Per una sintesi dell’azione di governo portata avanti da padre González v. ibid., pp. 1647 e ss.
(4) Cfr. C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, III, Desjacques-Gzowski, Paris 1892, coll. 1591-1602.
(5) L. Gentilli, I confini del consentito. Gli appelli di predicatori e confessori contro la corruttela dei costumi delle dame di palazzo nella Spagna del Seicento, in Costumi educativi nelle corti europee (XIV-XVIII secolo), a cura di M. Ferrari, Pavia 2010, p. 137.
(6) O. Lilao Franca – C. Castrillo González, Catálogo de Manuscritos de la Biblioteca Universitaria de Salamanca, I, Manuscritos 1-1679bis, Salamanca 1997, p. 286.
(7) Citato da Gentilli, I confini del consentito, p. 141.
(8) A. Menniti Ippolito, Innocenzo XI, in Dizionario biografico degli italiani, LXII, Iacobiti-Labriola, Roma 2004, pp. 479-495.
(9) T. González de Santalla, De infallibilitate Romani Pontificis in definiendis fidei et morum controversiis extra Concilium generale, et non expectato Ecclesię consensu, contra recentes huius infallibilitatis impugnatores tractatus theologicus, Romae 1689.
(10) Postea vero ego pro mea tenuitate duobus annis de authoritate Romani Pontificis contra illam Declarationem in Schola Salmanticensi Discipulis meis dictavi: præcipue vero laboravi in comprobanda infallibilitate Romani Pontificis, eiusque superioritate in omnia Concilia (APUG, Fondo Curia, F.C. 1570/1, c. 53v).
(11) Decrevi ergo ea, quæ olim in Scholis paraveram exornare et perficere, ut non solum verbo, sed exemplo subditos meos ad Sedis Apostolicæ iuxta nostrum institutum defensionem excitarem, et publico aliquo monumento testarer, Religiosam hanc familiam glorioso stemmate Societatis Jesu a Romanis Pontificibus decoratam, et a Deo singulari providentia destinatam in subsidio militantis Ecclesiæ, ab spiritu maiorum suorum non degenerasse, nec oblitam esse instituti et muneris sui: quod nullo argumento efficacius persuaderi potest, quam si totus orbis christianus videat, eius Præpositum Generalem ne assiduis quidem tot sui regiminis curis se satis impeditum putavisse, quin successivas horas sui muneris occupationibus vacuas avide quæreret, et quieti subtractas in Apostolicæ Sedis defensionem conferret (ibid., c. 57r).
(12) Ibidem.
(13) Ibid., c. 56v.
(14) Cfr. R.G. Villoslada, Storia del Collegio Romano dal suo inizio (1551) alla soppressione della Compagnia di Gesù (1773), Romae 1954 (Analecta Gregoriana, LXVI, Series Facultatis Historiae Ecclesiasticae, Sectio A, 2), pp. 325-326.
(15) Cfr. Diccionario histórico de la Compañia de Jesús, dir. C.E. O’Neill, S.I. – J.M. Domínguez, S.I., III, Infante de Santiago-Piatkiewicz, Roma-Madrid 2001, p. 2478.

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